
Immaginate un viaggio in America. Un viaggio che ripercorra le radici di un popolo e di un paese così eterogeneo e complicato. Un viaggio nel quale si assaporano sapori, si vedono luoghi e si ascoltano suoni che rappresentano l’America moderna.
Questo viaggio lo si può compiere semplicemente ascoltando il nuovo lavoro dei Band Of Horses, giunti al loro terzo album, e freschi di “salto” in una major.
Spesso il passaggio da un etichetta indipendente (in questo caso la storica Sub Pop) ad una major è sempre tragico, nel senso che diventano obbligatori compromessi contrattuali e musicali, atti a compiacere un pubblico più ampio.
In questo caso però i Band Of Horses non sono cambiati, non hanno snaturato niente del loro sound tipicamente Southern Rock e sono addirittura riusciti a racchiudere in un disco tutto ciò che di buono avevano mostrato nei precedenti due lavori in studio.
Questo Infinite Arms inizia con Factory, canzone che riprende le atmosfere sognanti e delicate di tanti altri brani di Ben Bridwell & Co.
Il primo sussulto è da attribuire alla traccia numero tre, ovvero Laredo. Una canzone allegra, spensierata e con un ritmo assolutamente irresistibile. Ben Bridwell narra di Laredo, di un viaggio nel Texas, e di una ragazza che l’ha lasciato in riva ad un lago.
Le canzoni dei Band Of Horses fanno spesso riferimento a momenti di vita vissuta dei componenti della band, magari storie nate proprio sul tour bus che spesso li porta in giro per tutti gli Stati Uniti. Ed è proprio questa la loro dimensione preferita, poter girare il mondo e portare la loro musica ad un pubblico più ampio e vario.
Canzoni come Compliments e Blue Beard sembrano state scritte appunto per raggiungere un target a loro precedentemente sconosciuto.
Ma i barbuti di Seattle non si sono assolutamente persi nei meandri insidiosi del pop-rock, anzi. On My Way Back Home è la summa del talento evocativo e musicale dei Band Of Horses, che riescono sempre a creare qualcosa che non sarà nuovo, ma sempre attuale e fresco.
Ennesimo esempio di questa (personalissima) teoria è la traccia numero sette: Dilly. Un inizio di tastiere ben ritmato nasconde una canzone con un testo malinconico, nella quale le chitarre di Bridwell e Tyler Ramsey si intrecciano, narrando una dolorosa separazione.
Ci sono anche momenti di splendida e rilassatissima riflessione: Infinite Arms e Evening Kitchen vedono la voce caratteristica di Ben Bridwell in primo piano, mostrandoci un lato musicale che i BoH hanno nelle loro corde, ma che non mostrano spesso.
C’è spazio per una canzone canonicamente rock: Northwest Apartment che seppur lontanissima dal capolavoro Is There A Ghost del precedente album Cease To Begin, si dimostra un pezzo di grande intensità ed un perfetto preludio allo splendido brano conclusivo.
Bartles + James è perfetta per chiudere in bellezza questo album, che vede i Band Of Horses fare per la prima volta i conti con il dilemma della notorietà.
La cosa importante che questo Infinite Arms mette in chiaro è che questi ragazzi di Seattle con il folk e il country nel cuore non si sono venduti, anzi, sono migliorati in tutto ciò che poteva essere ritoccato, uscendone con un sound più marcato e deciso e con un album che non posso che definire splendido.
Tracklist:
1. Factory
2. Compliments
3. Laredo
4. Blue Beard
5. On My Way Back Home
6. Infinite Arms
7. Dilly
8. Evening Kitchen
9. Older
10. Trudy
11. Northwest Apartment
12. Bartles + James
Francesco Ruggeri


