mercoledì 19 maggio 2010

Band Of Horses - Infinite Arms



Immaginate un viaggio in America. Un viaggio che ripercorra le radici di un popolo e di un paese così eterogeneo e complicato. Un viaggio nel quale si assaporano sapori, si vedono luoghi e si ascoltano suoni che rappresentano l’America moderna.
Questo viaggio lo si può compiere semplicemente ascoltando il nuovo lavoro dei Band Of Horses, giunti al loro terzo album, e freschi di “salto” in una major.
Spesso il passaggio da un etichetta indipendente (in questo caso la storica Sub Pop) ad una major è sempre tragico, nel senso che diventano obbligatori compromessi contrattuali e musicali, atti a compiacere un pubblico più ampio.
In questo caso però i Band Of Horses non sono cambiati, non hanno snaturato niente del loro sound tipicamente Southern Rock e sono addirittura riusciti a racchiudere in un disco tutto ciò che di buono avevano mostrato nei precedenti due lavori in studio.
Questo Infinite Arms inizia con Factory, canzone che riprende le atmosfere sognanti e delicate di tanti altri brani di Ben Bridwell & Co.
Il primo sussulto è da attribuire alla traccia numero tre, ovvero Laredo. Una canzone allegra, spensierata e con un ritmo assolutamente irresistibile. Ben Bridwell narra di Laredo, di un viaggio nel Texas, e di una ragazza che l’ha lasciato in riva ad un lago.
Le canzoni dei Band Of Horses fanno spesso riferimento a momenti di vita vissuta dei componenti della band, magari storie nate proprio sul tour bus che spesso li porta in giro per tutti gli Stati Uniti. Ed è proprio questa la loro dimensione preferita, poter girare il mondo e portare la loro musica ad un pubblico più ampio e vario.
Canzoni come Compliments e Blue Beard sembrano state scritte appunto per raggiungere un target a loro precedentemente sconosciuto.
Ma i barbuti di Seattle non si sono assolutamente persi nei meandri insidiosi del pop-rock, anzi. On My Way Back Home è la summa del talento evocativo e musicale dei Band Of Horses, che riescono sempre a creare qualcosa che non sarà nuovo, ma sempre attuale e fresco.
Ennesimo esempio di questa (personalissima) teoria è la traccia numero sette: Dilly. Un inizio di tastiere ben ritmato nasconde una canzone con un testo malinconico, nella quale le chitarre di Bridwell e Tyler Ramsey si intrecciano, narrando una dolorosa separazione.
Ci sono anche momenti di splendida e rilassatissima riflessione: Infinite Arms e Evening Kitchen vedono la voce caratteristica di Ben Bridwell in primo piano, mostrandoci un lato musicale che i BoH hanno nelle loro corde, ma che non mostrano spesso.
C’è spazio per una canzone canonicamente rock: Northwest Apartment che seppur lontanissima dal capolavoro Is There A Ghost del precedente album Cease To Begin, si dimostra un pezzo di grande intensità ed un perfetto preludio allo splendido brano conclusivo.
Bartles + James è perfetta per chiudere in bellezza questo album, che vede i Band Of Horses fare per la prima volta i conti con il dilemma della notorietà.
La cosa importante che questo Infinite Arms mette in chiaro è che questi ragazzi di Seattle con il folk e il country nel cuore non si sono venduti, anzi, sono migliorati in tutto ciò che poteva essere ritoccato, uscendone con un sound più marcato e deciso e con un album che non posso che definire splendido.


Tracklist:
1. Factory
2. Compliments
3. Laredo
4. Blue Beard
5. On My Way Back Home
6. Infinite Arms
7. Dilly
8. Evening Kitchen
9. Older
10. Trudy
11. Northwest Apartment
12. Bartles + James


Francesco Ruggeri

martedì 11 maggio 2010

These New Puritans - Hidden


Se vi dicessi che il nuovo album dei These New Puritans è già adesso un serio candidato per album dell’anno, mi prendereste sul serio?
Certo che no. Non mi prenderei sul serio neanch’io, eppure è così.
Portando ad un livello esasperato la sperimentazione, i TNP si erano già distinti un paio di anni fa con l’ottimo Beat Pyramid.
Ma Hidden è un'altra cosa. Un altro album. Un altro posto ed un altro luogo, dove quasi nessuno osa spingersi.
Ascoltandolo si prova un continuo senso di pericolo e di intimidazione, come se l’album si ponesse in maniera minacciosa rispetto all’ascoltatore. Suoni di vetri infranti, spade sguainate e tamburi di guerra si fondono con beat elettronici veloci e potenti.
Hidden è un affascinante lavoro compositivo, che comincia con Time Xone, un corto preludio orchestrale che racchiude però in sé tutta l’essenza sperimentale dell’album.
Non ci viene lasciato il tempo di abituarci agli ottoni soffici e vellutati, che We Want War, primo singolo estratto, inizia con prepotenza la sua cavalcata di sette minuti e ventiquattro secondi, all’interno della quale i TNPS sguainano tutte le loro armi: ritmi incalzanti, suoni elettronici, suoni di lame sguainate e tamburi da guerra giapponesi. Un pezzo sconvolgente per la sua efficacia, per il coinvolgimento che provoca in chi lo ascolta e per la potenza scaturita.
Il terzo brano, Three Thousand, vede in primo piano la batteria di George Barnett, in grado di tenere ritmi velocissimi e complicati.
Mentre Three Thousand finisce riprendendo la melodia di Time Xone, si capisce già che questo sarà un album epico, destinato a scomodare paragoni eccellenti e nomi importanti, ma i TNPS, seppur ispirandosi ad una ben precisa corrente musicale, hanno creato un mix unico, che difficilmente nella musica contemporanea si era visto.
Attack Music, secondo singolo estratto da Hidden, è la summa dell’impegno profuso dai TNPS: c’è l’elettronica, c’è il rock, c’è l’avanguardia, ci sono ottoni e violini, ma soprattutto c’è pathos e c’è emozione. Questa canzone non sarà la migliore dell’album, ma è sicuramente quella sulla quale Jack Barnett e soci hanno lavorato di più.
Orion, la settima traccia dell’album, è un altro pezzo di quelli che fanno accapponare la pelle, sia per la sua intensità, che per la sua oggettiva bellezza artistica. La melodia acida e nervosa è accompagnata da un coro che si rivela allo stesso tempo inquietante e rassicurante.
Canticle, un semplice intermezzo di un minuto e dieci secondi, è in realtà un preludio per l’ultimo atto.
Drum Courts – Where Corals Lie sembra un pezzo creato appositamente per il cinema. E’ facile immaginarsi una battaglia tra due immensi eserciti, mentre i tamburi riecheggiano per tutto il campo di battaglia. E’ un ennesima dimostrazione di come la musica dei TNPS possa adattarsi a diversi ambiti artistici. Jack Barnett sussurra le parole della canzone, quasi come se non volesse rovinare una creatura già di per sé perfetta.
L’album si conclude con 5, un brano senza testo che mette in primo piano gli ottoni, con le loro note insistentemente presenti in quasi tutte le tracce di Hidden.
Seppur giovanissimi, i TNP hanno le idee ben chiare in testa: in questo Hidden non c’è la ricerca del singolo, del compiacimento, dell’idea di doversi vendere al pubblico, questa è musica scritta ed eseguita per il semplice piacere di creare arte.
Alla fine Hidden è proprio questo. Un’opera d’arte.


Francesco Ruggeri

martedì 6 aprile 2010

One month off

Scusate se mi sono preso una pausa.
Ho lavorato (!!!), ho riflettuto, ma soprattutto mi sono riposato.
Ne avevo bisogno.
Prossimamente su questi schermi: tante belle cosine.

lunedì 1 marzo 2010

The Courteeners - Falcon




Essere considerati i salvatori dell’onore musicale Mancuniano deve aver giocato brutti scherzi ai The Courteeners.
Canzoni come Acrylic, Not Nineteen Forever e Cavorting li avevano fatti diventare, intorno al 2007, autentici idoli della gioventù di Manchester. Sono stato testimone oculare di scene di delirio nei locali della città inglese, quando alle prime note di Acrylic le ragazze iniziavano a singhiozzare e a strapparsi i capelli.
Tutto sommato St. Jude, titolo con ovvio tributo ai Beatles, era un album onesto, discreto e, preso a piccole dosi, non male. Ma già nel loro fortunato debutto Liam Fray e soci avevano mostrato una insana dose di spavalderia e di arroganza.
Dopo due anni intensi di tour, interviste e grossi palchi estivi, dopo aver dichiarato di essere la miglior band mai uscita da Manchester, i Courteeners si sono rinchiusi in studio per dare seguito al fortunato St. Jude.
Falcon, questo il nome del nuovo sforzo in studio, è un album largamente atteso, non solo dai Mancuniani, ma un po’ da tutti coloro che per Liam Fray e soci aveva speso parole di elogio. Ecco, forse stavolta le parole di elogio saranno un po’ meno, perché fin dal primo ascolto Falcon si rivela piatto, scialbo e senza idee originali.
Il primo singolo, You Overdid It Doll, è da brividi. Nel senso che è davvero una brutta canzone, soprattutto musicalmente. Un intro con un piano improvvisato, chitarra funky come sottofondo per una canzone che sembra un misto tra la dance anni ’90 e il brit-pop peggio riuscito. Eppure qualche episodio positivo c’è, ad esempio The Opener che, come suggerisce il titolo, è la prima traccia dell’album. Una canzone ambiziosa, ma che riesce a trasmettere qualcosa. Liam Fray sa cantare, ma non basta la sua verve e il suo (indiscutibile) carisma per salvare brani che mancano spesso di convinzione.
Take Over The World ha un inizio travolgente e promettente, ma altrettanto velocemente ricade su se stesso, finendo per essere un pezzo blando.
Le idee in questo Falcon ci sono, ma sembrano canalizzate davvero male. Ad esempio la conclusiva Will It Be This Way Forever? è una canzone onesta ed orecchiabile, che ricorda i successi del primo album.
Ho ascoltato molto di peggio, ma anche molto di meglio. La critica Inglese ovviamente li loda. NME li ha osannati e ha parlato di Liam Fray nei termini di “genio”.
La musica è spesso soggettiva, ma qui è difficile sbagliarsi. Era decisamente meglio St.Jude.
Almeno aveva Acrylic, che faceva strappare i capelli alle ragazze di Manchester.
E quasi anche a me.

Tracklist:
1. The Opener
2. Take Over The World
3. Cross My Heart & Hope To Fly
4. You Overdid It Doll
5. Lullaby
6. Good Times Are Calling
7. The Rest Of The World Has Gone Home
8. Sycophant
9. Cameo Brooch
10. Scratch Your Name Upon My Lips
11. Last Of The Ladies
12. Will It Be This Way Forever?

Francesco Ruggeri

martedì 2 febbraio 2010

Sydrojé - Duende



La musica italiana ha da anni perso ogni senso.
Tutto è artefatto, preparato a tavolino per la massa che, senza obiezioni, assimila tutto quello che MTV, Sanremo o Amici propina.
Le poche band musicalmente degne sono relegate ai margini, come lo è tutta la musica di valore in questo distorto paese. Eppure di talento in giro ce n’è. Bisogna cercarlo, certo, ma ogni tanto salta fuori qualcosa di interessante, di nuovo, di valore.
E qualcosa di valore l'ho trovato proprio nella mia città natale, Cremona.
I Sydrojé sono Stefano Scrima, voce e chitarra, Andrea Carasi, basso, e Stefano Muchetti, batteria. Tre ragazzi cremonesi pieni di passione per la musica che hanno dato alla luce da qualche mese Duende, il loro primo Lp.
Una gestazione lunga due anni, fatta di tanti concerti per farsi conoscere, due Ep e di una ricerca, purtroppo infelice, di una qualsiasi produzione.
Duende inizia con Stupido Cuore, un bellissimo pezzo cantautorale, sul recente stile di Vasco Brondi (Le Luci Della Centrale Elettrica). Una canzone delicata, ma forte allo stesso tempo, dove risalta immediatamente la voce profonda, scura e dolorante di Stefano Scrima.
Bacche Rabbia e Alcol è uno dei pezzi più “vecchi” dei Sydrojé, risalente al 2005, dove l’influenza grunge di gruppi come i Nirvana è palese. Ma nonostante gli ovvi punti di riferimento, i Sydrojé non si ispirano direttamente a nessuno. La loro musica è sia originale che coinvolgente, e questo aspetto trova riscontro in brani come Succhi Gastrici, un piccolo gioiello stoner-rock, e Marocco Dream Nation, che è uno dei migliori brani di tutto l’album.
I continui cambi di ritmo e di stile, come il passaggio da Mi Uccido Di Qui, Mi Uccido Di La, Bla Bla Bla a Ufo Due, velocissimo pezzo punk, sono tanto sorprendenti quanto efficaci.
Mi è difficile classificarli in un genere. Il modo in cui variano dal noise al grunge, passando per il cantautorato e per il rock italiano è davvero da applausi.
Ad esempio, Bimba Suicida mi ricorda i Verdena più ispirati, e la successiva Inutilità, con tanto di pianoforte e archi come accompagnamento, è uno stupendo tuffo negli anni '60 della musica italiana.
Ogni singolo pezzo di Duende ha la sua anima, la sua forma e la sua storia. Raramente mi è capitato di ascoltare un album così denso di idee, di inventiva e di sperimentazione.
I testi, che spaziano dal suicidio a storie finite male, sono quanto di più spontaneo possa esistere, lasciando spesso la sensazione che ci sia molto di autobiografico, senza però perdere la loro originalità.
La chiusura del disco è affidata a due pezzi molto "emotivi". La Mia Camicia Bianca è un pezzo lento e inquieto, ma sorprendentemente potente, mentre Una Pianta Carnivora Mi Ha Detto Che Non Mi Ami Più vede Stefano Scrima solo alla chitarra acustica, mentre strimpella una melodia dolce e malinconica.
Alla fine, mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle, mi rendo conto di quanto questo Duende sia un disco davvero completo: i testi, sempre efficaci e avvolgenti, le melodie, musicalmente interessanti e ricercate, la voce, la sezione ritmica. C’è davvero tutto. Ed è tutto ottimo. Decisamente ottimo.

Tracklist:
1. Stupido Cuore
2. Bacche, Rabbia e Alcol
3. Nido
4. Sanguisuga Girl
5. Un'Estate Di Merda
6. Bimba Suicida
7. Inutilità
8. Marocco Dream Nation
9. Lallalà
10. Succhi Gastrici
11. Mi Uccido Di Qua, Mi Uccido Di Là, Bla Bla Bla
12. Ufo Due
13. La Mia Camicia Bianca
14. Una Pianta Carnivora Mi Ha Detto Che Non Mi Ami Più


Francesco Ruggeri

venerdì 29 gennaio 2010

Wolfmother - Cosmic Egg



I Wolfmother hanno un sacco di detrattori. E un sacco di estimatori.
I detrattori sostengono che siano un gruppo sostanzialmente falso, che suona musica copiata all’inverosimile dagli anni ’70, ai quali loro dicono di ispirarsi, senza però presentare nulla di nuovo o di interessante.
I loro sostenitori, invece, adorano il loro puro hard rock senza fronzoli, che prende il meglio da band come Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath e lo ripropone in chiave moderna, aggiungendo elementi presi da band più attuali, come Queens Of The Stone Age e The White Stripes.
I Wolfmother di questo Cosmic Egg, però, non sono i Wolfmother del precedente disco. Infatti il batterista Myles Heskett e il bassista/tastierista Chris Ross non fanno più parte della band, a causa di attriti insanabili con il frontman, Andrew Stockdale.
Dopo un periodo nel quale pensò di sciogliere definitivamente il gruppo, Stockdale decise di continuare con il nome Wolfmother, reclutando tre nuovi musicisti che lo affiancassero nelle registrazioni di un nuovo album, questo Cosmic Egg.
Quindi cosa è rimasto veramente dei Wolfmother del primo elettrizzante album?
Le radici, innanzitutto. Poi l'ispirazione, il sound e il mood, tutta roba in prestito dai seventies.
L'album inizia con California Queen, che ha un possente riff di basso che ricorda i Queens Of The Stone Age. Un bel pezzo, buono per far capire l'attitudine di questi "nuovi" Wolfmother.
Il pezzo successivo, New Moon Rising, è il primo singolo estratto. Un pezzo brutale, con un ritornello da stadio e le chitarre a farla da padrone. Ha quasi la cattiveria di Dimensions. Quasi.
White Feather sembra una canzone dei T.Rex di Marc Bolan. Assolo compreso. Un irresistibile pezzo semi-funkeggiante che risulta essere uno degli episodi meglio riusciti dell'intero album.
Ma con il passare delle canzoni, purtroppo, si ha la sensazione che Andrew Stockdale e soci abbiano sparato tutte le cartucce troppo presto. Dopo un inizio devastante, l'album si siede un pò troppo, con alcuni pezzi che sembrano addirittura riempitivi.
Le eccezioni sono In The Morning, cavalcata Led Zeppeliana, e la title track, che ridà un pò di brio alla scaletta.
Dalla metà in poi l'album scema incredibilmente, forse anche per scelta del gruppo. Il rock "duro e puro" lascia spazio alla psichedelia per buona parte del lato b di Cosmic Egg.
Il secondo lavoro in studio dei Wolfmother è un buon album, ma le premesse erano ben altre. Cosmic Egg ha alcuni spunti interessanti e alcuni momenti davvero elettrizzanti, ma poi si perde nella mancanza di idee e alternative.
Riff esplosivi e schitarrate cosmiche possono andare bene per un pò, poi però bisogna muoversi, andare avanti.
Credo che i Wolfmother possano e debbano farlo.

Tracklist:
1. California Queen
2. New Moon Rising
3. White Feather
4. Sundial
5. In The Morning
6. 10,000 Feet
7. Cosmic Egg
8. Far Away
9. Pilgrim
10. In The Castle
11. Phoenix
12. Violence Of The Sun


Francesco Ruggeri


martedì 19 gennaio 2010

Cold War Kids - Behave Yourself Ep


I Cold War Kids sono un gruppo pieno di talento. Non solo musicale, ma anche artistico, visuale e intellettuale.
Sono dei bravi ragazzi, educati e puliti, che suonano come una band proveniente dai bassifondi di New Orleans.
O viceversa, se preferite.
Ora, dopo il buono ma non eccelso Loyalty To Loyalty, tornano con un Ep di cinque tracce registrato negli intermezzi dell’ultimo tour.
E posso tranquillamente dire che questo Ep è una delle cose migliori che i ragazzi di Long Beach abbiano mai prodotto.
Senza la pressione di dover registrare un Lp, senza pressioni dall’etichetta, semplicemente scrivendo quello che sentivano lungo la strada, Nathan Willett e compari sono riusciti nell’intento di riproporre le stupende armonie ed emozioni del loro debutto, Robbers & Cowards.
Behave Yourself comincia con Audience, con le classiche liriche acute di Nathan Willett che scandiscono il tempo insieme all’immancabile piano da bordello. L'allegria e il ritmo la fanno da padrone, mentre il testo parla della gioia di suonare anche solo per se stessi.
In Coffee Spoon è Matt Aveiro a farla da padrone. La sua batteria, roboante e precisa, accompagna l'irresistibile riff di chitarra blues di Jonnie Russell, in una canzone elegante e delicata.
Santa Ana Winds è, per così dire, una canzone d'amore. L'amore che hanno per la loro terra d'origine, la California. Ancora la batteria dura e pura di Aveiro in primo piano, un metronomo in carne ed ossa, che sembra spingere gli altri strumenti a fare sempre più baccano, riuscendoci.
I Cold War Kids rappresentano una (purtroppo) ristretta élite di artisti americani che non hanno dimenticato, e non vogliono dimenticare, le origini e le tradizioni, e raramente capita di poter ascoltare musica che affonda le proprie radici nella storia del soul, del blues e del jazz.
Sermons ne è l'esempio: affronta uno dei classici temi dei CWK: la redenzione. “Lord have mercy on me” urla con dolore Nathan Willett, mentre la canzone, come in un canto gospel, cresce di intensità, fino ad una conclusione che porta quasi alle lacrime.
Puro soul bianco, nella sua essenza più genuina.
I trentasette secondi di Baby Boy, una divertente divagazione jazz, chiudono un Ep che speri non finisca mai.
Queste cinque canzoni possono provocarvi una malinconia estrema, ma anche una gioia inspiegabile.
In ogni caso vanno ascoltate.
Ecco cosa ne pensa Nathan Willett:
“These songs were recorded same time between "Loyalty" and now. They didn't belong there but kept hanging around, started trouble, made friends, and insisted their story be heard".
Ecco, ora vi invito ad ascoltarle.
Anzi, insisto.

Tracklist:
1. Audience
2. Coffee Spoon
3. Santa Ana Winds
4. Sermons
5. Baby Boy


Francesco Ruggeri