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martedì 19 gennaio 2010

Cold War Kids - Behave Yourself Ep


I Cold War Kids sono un gruppo pieno di talento. Non solo musicale, ma anche artistico, visuale e intellettuale.
Sono dei bravi ragazzi, educati e puliti, che suonano come una band proveniente dai bassifondi di New Orleans.
O viceversa, se preferite.
Ora, dopo il buono ma non eccelso Loyalty To Loyalty, tornano con un Ep di cinque tracce registrato negli intermezzi dell’ultimo tour.
E posso tranquillamente dire che questo Ep è una delle cose migliori che i ragazzi di Long Beach abbiano mai prodotto.
Senza la pressione di dover registrare un Lp, senza pressioni dall’etichetta, semplicemente scrivendo quello che sentivano lungo la strada, Nathan Willett e compari sono riusciti nell’intento di riproporre le stupende armonie ed emozioni del loro debutto, Robbers & Cowards.
Behave Yourself comincia con Audience, con le classiche liriche acute di Nathan Willett che scandiscono il tempo insieme all’immancabile piano da bordello. L'allegria e il ritmo la fanno da padrone, mentre il testo parla della gioia di suonare anche solo per se stessi.
In Coffee Spoon è Matt Aveiro a farla da padrone. La sua batteria, roboante e precisa, accompagna l'irresistibile riff di chitarra blues di Jonnie Russell, in una canzone elegante e delicata.
Santa Ana Winds è, per così dire, una canzone d'amore. L'amore che hanno per la loro terra d'origine, la California. Ancora la batteria dura e pura di Aveiro in primo piano, un metronomo in carne ed ossa, che sembra spingere gli altri strumenti a fare sempre più baccano, riuscendoci.
I Cold War Kids rappresentano una (purtroppo) ristretta élite di artisti americani che non hanno dimenticato, e non vogliono dimenticare, le origini e le tradizioni, e raramente capita di poter ascoltare musica che affonda le proprie radici nella storia del soul, del blues e del jazz.
Sermons ne è l'esempio: affronta uno dei classici temi dei CWK: la redenzione. “Lord have mercy on me” urla con dolore Nathan Willett, mentre la canzone, come in un canto gospel, cresce di intensità, fino ad una conclusione che porta quasi alle lacrime.
Puro soul bianco, nella sua essenza più genuina.
I trentasette secondi di Baby Boy, una divertente divagazione jazz, chiudono un Ep che speri non finisca mai.
Queste cinque canzoni possono provocarvi una malinconia estrema, ma anche una gioia inspiegabile.
In ogni caso vanno ascoltate.
Ecco cosa ne pensa Nathan Willett:
“These songs were recorded same time between "Loyalty" and now. They didn't belong there but kept hanging around, started trouble, made friends, and insisted their story be heard".
Ecco, ora vi invito ad ascoltarle.
Anzi, insisto.

Tracklist:
1. Audience
2. Coffee Spoon
3. Santa Ana Winds
4. Sermons
5. Baby Boy


Francesco Ruggeri

giovedì 27 novembre 2008

Cold War Kids @ Spazio 211, Torino 22-11-08

Capita a tutti di sbagliare.
Di vederci male, di avere una prima impressione che non rispecchia la verità.
Beh, a tutti quelli che non credevano (o non credono tutt'ora) nei Cold War Kids e al loro talento dico: ricredetevi.
Tornate sui vostri passi e ammettete di avere sbagliato.
Perchè questi quattro ragazzi, che potrebbero passare per sfigati qualunque, hanno la capacità di creare canzoni, atmosfere e storie davvero uniche.
La prima volta che ho sentito una loro canzone, sono subito corso in un negozio di dischi a cercare il loro primo album.
Ma gli album, i DVD, i singoli, gli EP, per quanto validi, ottimi e "ricchi", non rendono idea della forza e dell'energia che i CWK hanno.
Per farsene un idea bisognava presentarsi allo spazio 211, sabato sera a Torino, dove i CWK concludevano la loro prima e brevissima tourneè in Italia.
Ammetto di essere stato parecchio emozionato all'idea di vederli dal vivo, perchè alcune loro canzoni hanno caratterizzato un'intera fase della mia vita e, più in particolare, una canzone, Hospital Beds, mi ha accompagnato nei meandri malinconici dello scorso inverno.
La scleta della location scatena opinioni differenti. Penso sia bello poterli apprezzare da vicino, senza distanza effettiva tra il palco e il pubblico, in modo da poter vivere e sentire le fantastiche storie di vita vissuta di Nathan Willett e soci.
Allo stesso tempo, un palco così piccolo non basta ai CWK. Vagano, vagabondano, si muovono, si danno testate, si calciano, ondeggiano come bambini autistici, sembra proprio che vogliano uscire dagli stretti confini del palco.
Cercano il pubblico con lo sguardo; in Robbers fanno spegnere le luci, illuminando i volti del pubblico, cercando occhiate soddisfatte e compiaciute.
Non è un concerto, è un esperienza, perchè ti senti un loro amico, un loro compagno di bevute. Senti di poterti avvicinare a loro e poter scambiare quattro chiacchere, senti di essere come loro.
Non danno l'impressione di inavvicinabilità di qualsiasi altra band.
Ascoltando le parole delle loro canzoni, ti senti il padre di famiglia ubriacone di We Used To Vacation, o il vecchio morente di Hospital Beds o, perchè no, l'amante che non ne può più della donna che ama di Hang Me Up To Dry.
Il miscuglio irresistibile di soul, blues e rock, scatenato da questi quattro ragazzi che di californiano hanno solo i documenti, non lascia spazio a dubbi, a pensieri contrastanti, a forse.
E' innegabilmente ottima musica.
Ottima.

Quella che ti immagini di ascoltare seduti in un porticato di New Orleans; su un tram di San Francisco; o negli scantinati unti e sudaticci di New York.
La musica col cappello. Elegante. Educata. Di classe.
Ma non per questo meno sporca. Cattiva. E con la puzza di strada addosso.
Forse le mie lusinghe vi avranno stufato. Beh in questo caso ascoltateveli da soli.
Godeteveli.
Non c'è altro da fare.
Dovete semplicemente goderveli.
Siete ancora qui?



Francesco Ruggeri